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Biografia Guglielmo Pepe

Le Storie del Borgo

In piazza Maria Teresa si trova il monumento dedicato al generale Guglielmo Pepe. Realizzata nel 1858 da Stefano Butti, inizialmente la statua viene collocata nel giardino dei Ripari per essere spostata pochi mesi dopo nell’attuale posizione.

Ma chi era questo famoso generale che ha vissuto gli ultimi mesi della sua vita a Torino?

Guglielmo Pepe, nacque a Squillace, in Calabria, il 15 febbraio 1783, da Gregorio e Irene Assanti. I genitori appartenevano a una famiglia di proprietari terrieri e «nobili patrizi», come dichiarato nel catasto onciario del 1755.
Guglielmo era uno dei più giovani di ventidue fratelli. A soli sette anni fu inserito nel Collegio reale di Catanzaro da cui nel 1797 fuggì due volte, perché voleva intraprendere la carriera militare sulle orme dei fratelli Ferdinando e Florestano. Fu quindi iscritto al Collegio militare della Nunziatella, che nel 1799 lasciò per schierarsi con i rivoluzionari; il 14 luglio di quell’anno fu ferito presso Portici e imprigionato. In carcere sviluppò le sue idee rivoluzionarie, soprattutto grazie all’incontro con Vincenzio Russo. Esule a Marsiglia a inizio 1800, si arruolò nella legione Italica, con cui combatté a Varallo e poi nel battaglione toscano, presto anch’esso disciolto.

Dopo aver tentato invano di essere ammesso nell’armée francese, rientrò a Napoli e fu coinvolto in una congiura per far insorgere le Calabrie. Nel giugno 1803 fu perciò arrestato e condannato all’ergastolo. Restò in prigione per circa tre anni: con l’arrivo a Napoli di Giuseppe Bonaparte, il 27 giugno 1806 venne riammesso nell’esercito con il grado di maggiore e combatté i ribelli calabresi insorti contro il sovrano che essi consideravano un invasore straniero.

Aveva così inizio una vita politico-militare condotta sempre in prima linea che fece di Pepe «l’uomo delle tre rivoluzioni» (C. Muscetta, Letteratura militante, Firenze 1953, p. 211), come lo definì Francesco De Sanctis: infatti, dopo il 1799, fu protagonista del processo rivoluzionario del 1820-21 e del 1848-49, comandante – spesso velleitario e discusso – delle forze che si contrapposero all’esercito austriaco nell’avanzata verso il Regno delle Due Sicilie e nell’assedio di Venezia. Nei moltissimi anni trascorsi in esilio fra questi due eventi, fu scrittore di cose militari e di progetti di una certa originalità tesi a individuare i modi migliori per condurre un’insurrezione vittoriosa contro la dominazione straniera.

Nel novembre 1807 Pepe fu inviato a Corfù, da poco occupata dai francesi, con il grado di capo battaglione; tornato a Napoli, nel marzo 1809 fu nominato da Gioacchino Murat suo ufficiale di ordinanza, poi partecipò da colonnello alla poco felice spedizione siciliana dell’estate 1810. Nel 1812 fu al comando dell’8° reggimento di fanteria in Spagna, creato con i resti della decimata divisione napoletana, che riorganizzò con ottimi risultati, curando il benessere dei soldati e affermando il principio delle promozioni solo per merito, fino al punto di rifiutare ufficiali di dubbia reputazione assegnatigli da Napoli. Combatté in Spagna gli insorti locali e le truppe inglesi fino al maggio 1813, risultando vittorioso in alcuni scontri.

Tornato a Napoli, nel luglio 1813 Pepe fu nominato maresciallo di campo e nel 1814 partecipò alla campagna d’Italia promossa da Murat contro i francesi dopo il ribaltamento delle alleanze. Si distinse nelle battaglie di San Maurizio presso Reggio (8 marzo) e del fiume Taro (14 aprile) e fu tra gli ufficiali che esercitarono pressioni su Murat affinché concedesse la costituzione e facesse affidamento sulle forze nazionali, e non sull’appoggio straniero, per conservare il trono.

Nel 1815, dopo la fuga di Napoleone dall’Elba, partecipò alla campagna di Murat contro gli austriaci e il 15 aprile mise in fuga il nemico in uno scontro sul Reno. Impegnato in alcune azioni presso Senigallia, non partecipò alla battaglia di Tolentino che vide la sconfitta di Murat, di cui il 15 maggio protesse la ritirata combattendo a Casteldisangro. Tornato a Napoli, il 17 maggio 1815 ebbe dal re, ormai pronto alla fuga, la promozione a tenente generale

Con il ritorno di Ferdinando IV sul trono napoletano, Pepe si ritirò in Calabria per un anno; poi tornò a un ruolo attivo con il grado di generale e nel novembre 1818 ebbe il comando della 3ª divisione, comprendente Principato Ulteriore e Capitanata, con il compito di organizzare le milizie provinciali e di sconfiggere il brigantaggio; incarico che assolse nel corso di un anno.

Ad Avellino e Foggia venne a contatto con la carboneria, ma probabilmente non vi aderì, anche se affermò il contrario nelle sue Memorie, dove tentò «di apparire promotore e sostenitore della rivoluzione» del 1820 «sin dal suo inizio» (Cortese, in P. Coletta, Storia del Reame di Napoli, 1954, p. 129). In realtà, dopo il pronunciamento militare avvenuto a Nola il 1° luglio 1820 e la propagazione del moto ad Avellino, egli seppe incanalare il movimento rivoluzionario e dirigerne il corso. Pepe era a Napoli e fu incaricato da Laval Graf Nugent von Westmeath, comandante dell’esercito napoletano, di recarsi ad Avellino per arginare la rivolta ed evitare altre diserzioni, riportando l’ordine con il suo ascendente. Ma il re, non fidandosi di lui, revocò l’ordine e trasferì l’incarico a Michele Carrascosa. Considerate la diffusione della rivoluzione e le incertezze di Carrascosa, nei giorni successivi Pepe ruppe gli indugi e il 6 luglio 1820, alla testa di alcuni distaccamenti, giunse ad Avellino, dove prese il comando delle truppe rivoluzionarie, portando il movimento verso una soluzione liberal-costituzionale. Perciò fu accusato dall’ala radicale della carboneria di aver affossato il moto. Certo è che egli condusse trattative con Francesco duca di Calabria, vicario del re, per la concessione della costituzione spagnola del 1812, per la sua nomina a comandante in capo dell’armata costituzionale e per un pacifico trionfale ingresso in Napoli delle truppe insorte e delle masse carbonare ridotte di numero; evento quest’ultimo che fu giudicato dal radicale Orazio de Attellis «i funerali della libertà» (Themelly, 1979, p. 267).

Pepe quindi con il suo atteggiamento contribuì in modo decisivo a far emergere e prevalere quella componente della carboneria che considerava chiusa la rivoluzione con l’emanazione della carta-vessillo di Cadice.

Dopo l’inaugurazione del Parlamento, il 14 ottobre 1820 Pepe fu nominato ispettore generale dei reggimenti della milizia del Regno. In quella funzione entrò presto in dissidio con Carrascosa, ministro della Guerra, che non approvava le sue iniziative tendenti a formare milizie di cittadini soldati, cioè ad «attuare il suo antico progetto della nazione armata […] sollecitato dalla speranza di poter fare di Napoli il centro della rivoluzione italiana» (Cortese, in P. Coletta, Storia del Reame di Napoli, 1954, p. 181). Pepe portò avanti i suoi convincimenti mentre con attività febbrile tentava di organizzare al meglio l’esercito, minato da favoritismi, esenzioni accordate dal ministero, riluttanza dei più abbienti, arrembaggio ai gradi, penuria di armi e debolezza finanziaria. Nel febbraio 1821, quando si ebbe conferma dell’invasione austriaca, entrò in contrasto con il nuovo ministro della Guerra, Pietro Colletta, perché voleva una guerra offensiva e rivoluzionaria e invece era al comando di una divisione (di oltre 10.000 uomini) inviata in Abruzzo con l’ordine di difesa passiva, mentre tre divisioni sotto il comando di Carrascosa dovevano presidiare il confine con il Lazio.

In Abruzzo Pepe trovò la linea di difesa in condizioni pessime, ma non ottenne il necessario supporto dal governo, mentre si verificavano molte diserzioni. Per contrastare il disordine nelle truppe, elaborò un’offensiva che nelle sue speranze doveva ridare energia e compattezza alla divisione. Il 7 marzo 1821 attaccò gli austriaci dalle colline di Cittaducale verso Rieti, ma, a causa della cattiva esecuzione della manovra da parte di alcuni suoi generali, decise di ripiegare. Dopo il successivo sbandamento di vari reparti, mentre una parte delle truppe tentava una vana difesa sulle gole di Antrodoco, Pepe si ritirò a L’Aquila e poi a Isernia, da dove mirò «sgomento la dissoluzione di tutte le sue forze» (Pieri, 1962, p. 86). Il 15 marzo riparò a Napoli e il 20, dopo il disfacimento per le diserzioni delle divisioni di Carrascosa, si imbarcò da Castellammare per Barcellona.

Quindi si recò a Madrid, dove fondò la società dei Fratelli costituzionali europei, ottenendo molte adesioni; poi fu in Portogallo, dove fece altri proseliti, e infine a Londra, dove lo raggiunse la notizia della sua condanna a morte se fosse rientrato nel Regno. Qui iniziò a frequentare l’ambiente liberale e strinse un’intensa amicizia con l’orientalista John Borthwick Gilchrist e sua moglie Mary Ann Coventry, con la quale ebbe un’affettuosa frequentazione dopo la morte del marito (1840), fino al matrimonio contratto nel 1850.

Da Londra cominciò a scambiare una fitta corrispondenza con molti esponenti dell’‘internazionale liberale’ del tempo, fra i quali l’ormai anziano marchese de La Fayette. Sempre a Londra pubblicò nel 1821 un libretto intitolato A narrative of the political and military events, which took place at Naples, in 1820 and 1821 (traduzione inglese apparsa prima dell’originale in italiano e delle versioni in francese, spagnolo e tedesco pubblicate rispettivamente a Parigi, Madrid e Ilmenau nel 1822). Lo scritto spinse Carrascosa, anch’egli esule a Londra, a sfidarlo a duello, perché si riteneva offeso dal resoconto dei fatti fornito da Pepe. Il duello svoltosi nel febbraio 1823 ebbe grande risonanza sulla stampa, anche perché dopo la ferita alla spalla di Carrascosa i due contendenti si riappacificarono (salvo poi rompere qualsiasi rapporto dopo la pubblicazione dei Mémoires di Carrascosa nel 1823).

Fra il 1825 e il 1830 Pepe soggiornò alternativamente in Inghilterra e nei Paesi Bassi; nel dicembre 1825 partecipò a Bruxelles a un congresso segreto di liberali europei. Dopo la rivoluzione francese del luglio 1830 poté recarsi a Parigi dove conobbe di persona La Fayette dopo una corrispondenza durata nove anni. Da quel momento, per alcuni mesi, muovendosi fra Parigi e Londra, Pepe portò avanti un’instancabile azione rivolta a ottenere aiuti economici dai liberali francesi e dai whigs inglesi a sostegno di spedizioni militari in Italia. Nel febbraio 1831, allo scoppio dei moti a Modena e Bologna, progettò di entrare in Italia e si recò a Marsiglia, dove fu bloccato a causa delle pressioni diplomatiche del governo borbonico, che lo teneva sotto stretta sorveglianza. Allora tentò di partire clandestinamente da Tolone, ma fu raggiunto dalla notizia dell’avvenuta repressione austriaca del movimento.

A partire dal 1832 fino al 1848 Pepe dimorò stabilmente a Parigi, dove frequentò l’ambiente liberale cosmopolita della città e quello dell’opposizione antiorleanista, ampliando la propria cultura politica e la conoscenza del contesto europeo.

Nella capitale transalpina frequentò altresì esuli italiani di ogni orientamento politico, tra i quali Vincenzo Gioberti, Filippo Buonarroti, Giuseppe Ferrari, Niccolò Tommaseo, Terenzio Mamiani, Giuseppe Massari, Giuseppe e Alessandro Poerio, Federico Confalonieri, maturando la convinzione che soltanto allargando le basi del patto sociale sarebbe stato possibile mantenere in vita le istituzioni liberali. A Parigi lavorò alle sue memorie e pubblicò alcuni scritti inserendosi nel filone dei trattati politico-militari inaugurato da Carlo Bianco di Saint-Joroz nel 1830, che aveva indicato nella guerra per bande di irregolari la via per il successo delle future insurrezioni in Italia. Nel 1833 pubblicò anonimo a Parigi un volumetto intitolato Memoria su i mezzi che menano alla italiana indipendenza (coeva edizione in francese), dove sosteneva che una guerriglia di popolo come quella combattuta in Spagna contro l’esercito napoleonico, appoggiata dal clero e dalla monarchia spodestata, non era adatta alla situazione italiana, perché nella penisola le parti erano poste sullo scacchiere in modo diverso e i sovrani restaurati erano alleati dello straniero. L’indipendenza doveva essere conquistata con una guerra condotta da un’armata addestrata, disciplinata e ben organizzata, espressione della nazione e diretta da organi eletti. Doveva essere perciò composta soprattutto da legioni provinciali tenute sotto costante controllo politico a opera di appositi commissari. Fondamentale era che i soldati e gli ufficiali avessero un contatto diretto con le zone di provenienza e fossero sottoposti al giudizio della pubblica opinione. L’armata doveva essere ben amministrata per garantire il benessere del singolo soldato, l’efficienza e l’alto morale delle truppe, indispensabile per avere buone possibilità di vittoria. Il luogo ideale per la rivoluzione era il Sud d’Italia (in particolare la sua Calabria, i cui abitanti erano presentati come fieri e capaci combattenti). Qui doveva essere attratto il più potente e numeroso esercito austriaco costretto a lasciare guarnigioni lungo la linea di penetrazione; qui, e non nei campi aperti dell’Italia settentrionale, le armate immaginate da Pepe, benché inferiori di numero e meno addestrate, potevano condurre una guerra di montagna con continui attacchi ai fianchi del nemico fino a costringerlo a ritirarsi. Solo a quel punto sarebbero intervenute le milizie delle altre province italiane per dare il colpo finale.

Nel 1836 pubblicò anonima a Parigi L’Italia militare (che conobbe una coeva edizione in francese) in cui immaginava l’ordinamento militare dell’Italia ormai unificata, riprendendo e ampliando temi già trattati nell’opera precedente. Inoltre sviluppava ancor più l’idea dell’importanza della partecipazione democratica e di «istituzioni favorevoli alla totalità sociale», in cui anche il popolo, chiamato «a ragion di numero e di fibra» a decidere «della fortuna degli imperi», divenisse «fabro e del bene e del mal essere che dall’ordine sociale a lui ridonda» (L’Italia militare, cit., p. 27).

Dal punto di vista militare si contrapponeva alle idee di Giuseppe Mazzini sulla conquista dell’indipendenza attraverso la guerra per bande, giudicata una soluzione frutto dell’avventurismo romantico. In definitiva «riteneva che il segreto della vittoria fosse da ricercare nella tattica, nel legame disciplinare, nello studio attento delle strategie da impiegare sul territorio italiano, non solo nell’entusiasmo» (Caglioti, 2011, p. 201).

Nel 1839 pubblicò a Parigi L’Italie politique et ses rapports avec la France et l’Angleterre (mai tradotta in italiano), in cui analizzava il problema italiano alla luce del nuovo scenario geopolitico europeo, caratterizzato dalla questione d’Oriente e dal progredire dei regimi politici interni verso forme di maggiore partecipazione sociale. Un’Italia unita e indipendente doveva necessariamente giocare un ruolo importante nei nuovi equilibri e diventare strategica nella politica estera di Francia e Gran Bretagna. Pepe immaginava quindi l’intervento diretto delle due potenze affinché l’Italia divenisse un solido baluardo a difesa delle frontiere meridionali della Francia e il sostituto dell’Austria nella tradizionale politica inglese antirussa. Pepe ragionava quindi sulla forme istituzionali che l’Italia avrebbe dovuto costruire e le sceglieva non sulla base di un’ideologia precostituita, ma del realismo politico, valutando sia gli equilibri interni sia il contesto europeo. Perciò considerava che uno Stato centralizzato fosse più adatto per conservare l’indipendenza appena conseguita e che una monarchia costituzionale «fondée sur de plus larges bases» (L’Italie politique, cit. p. 155) fosse da preferire alla repubblica, perché più idonea a «cimenter une union solide et former un état compact» (p. 156).

Nel 1840 pubblicò anonimo a Parigi Sull’esercito delle Due Sicilie e sulla guerra italica di sollevazione, un volumetto in cui riprendeva l’analisi condotta nell’Italia militare, allo scopo di «additare agli abitanti delle Due Sicilie, i mezzi mercé de’ quali, appena affrancati d’arbitrario potere, otterrebbero il riordinamento rapido del loro esercito permanente, e […] per quali vie essi popoli invogliar potrebbero gl’Italiani tutti alla guerra di sollevazione per bande, sostenuta dal loro esercito» (p. 3).

Nel 1846 terminò di scrivere le sue memorie in due volumi: Memorie del generale G. P. intorno alla sua vita e ai recenti casi d’Italia, Parigi 1847, di cui uscirono contemporaneamente traduzioni in inglese e in francese, seguite da un’edizione in tedesco nel 1848. Nel 1850 aggiunse un terzo volume pubblicato a Torino: L’Italia negli anni 1847, 48 e 49. Continuazione delle Memorie di G.P. La traduzione francese apparve a Parigi nello stesso anno, ma prima dell’originale italiano.

Alla fine di marzo 1848, dopo la concessione della costituzione a Napoli e la conseguente amnistia nei confronti dei rei di Stato, Pepe tornò in patria con l’esperienza della recente fulminea rivoluzione repubblicana di Parigi. Subito Ferdinando II gli diede l’incarico di formare un governo, allo scopo di scongiurare la realizzazione di un programma elaborato da Aurelio Saliceti considerato troppo democratico. Ma il progetto di Pepe non si discostava molto da quello, prevedendo in particolare pieni poteri alla Camera dei deputati per modificare la costituzione, la sospensione della Camera dei pari, la riforma della legge elettorale. Perciò il re gli revocò l’incarico, nominandolo l’8 aprile 1848 comandante in capo dell’esercito da inviare in Alta Italia contro gli austriaci a sostegno delle forze piemontesi.

Pepe incontrò difficoltà nel formare le truppe e nel far accettare al sovrano e al consiglio dei generali il suo piano d’azione, basato sul trasporto di parte dell’esercito via mare per raggiungere velocemente i campi di battaglia. La conseguente lenta marcia delle truppe attraverso lo Stato pontificio fece sì che al suo arrivo in nave ad Ancona l’8 maggio 1848, egli avesse a disposizione solo una parte dell’esercito, che cominciò a organizzare tra mille difficoltà. Nei giorni successivi ebbe varie sollecitazioni sia da parte veneziana tramite Daniele Manin, sia da parte piemontese, affinché si mettesse in marcia per il Veneto per contrastare l’avanzata austriaca, ma rimase fermo, o perché ubbidiva alle disposizioni ricevute alla partenza da Napoli di arrestarsi sulla riva destra del Po fino a nuovo ordine, o perché aspettava a Bologna il resto delle sue forze. Intanto il nuovo governo napoletano, insediatosi dopo la reazione borbonica alla rivolta del 15 maggio nella capitale, gli ordinò di riportare le truppe nel Regno. Pepe, che nelle sue Memorie si attribuì una determinazione che in realtà non ebbe, era molto incerto sul da farsi e solo dopo grandi dimostrazioni popolari svoltesi a Bologna alla fine di maggio decise di contravvenire agli ordini. Tuttavia, il suo tentativo di mandare l’esercito oltre il Po non riuscì, perché gran parte delle truppe non ubbidì; a quel punto partì solo con pochi corpi scelti e con alcuni battaglioni di volontari provenienti da vari Stati italiani, giungendo a Venezia il 13 giugno 1848, dove fu raggiunto dagli ufficiali del reggimento di fanteria che già avevano combattuto con i piemontesi in Lombardia. Fu immediatamente nominato comandante in capo dell’esercito della Repubblica.

Per diversi mesi non vi furono combattimenti, perché gli austriaci si limitarono a operare il blocco della città e i veneziani fecero solo, il 7 luglio, una spedizione non riuscita a Cavanella d’Adige per riprendere la fortezza, e, alla fine di ottobre, due sortite. Frattanto, anche per effetto dell’armistizio di Salasco del 9 agosto, che sancì la sospensione delle ostilità fra Piemonte e Austria, i difensori di Venezia diminuirono di numero; tra l’altro più di mille napoletani, dopo pressioni intense del governo borbonico, rimpatriarono con il consenso di Pepe. Le sortite di fine ottobre 1848, ordinate da Pepe senza la sua diretta partecipazione, non portarono significativi risultati: in quella di Mestre, che, nonostante la netta inferiorità delle forze veneziane, consentì la conquista della fortezza, ma non la sua conservazione, venne gravemente ferito Alessandro Poerio, che morì alcuni giorni dopo.

Nel marzo 1849, dopo la ripresa della guerra, Pepe mosse verso Chioggia con un terzo delle forze, sebbene il ministro della Guerra Giambattista Cavedalis consigliasse prudenza. Pochi giorni dopo, con la sconfitta di Carlo Alberto a Novara e l’inizio della resistenza a oltranza di Venezia, si inasprirono gli attriti tra Pepe e il governo veneziano, che contro la sua volontà a fine aprile decise l’abbandono del forte di Marghera, caposaldo della difesa. Frizioni vi furono poi con una commissione militare di quattro membri, nominati dall’Assemblea cittadina eletta a suffragio universale machile e incaricati di dirigere le operazioni: per non sottomettersi all’autorità della commissione, Pepe si dimise, ma le sue dimissioni furono respinte e fu anzi chiamato a presiedere la commissione. Nei mesi successivi i terribili bombardamenti, la fame e il colera indussero alla capitolazione: il 22 agosto 1848 venne firmata la resa, e il 28, insieme a Manin e ad altri importanti esponenti della Repubblica, Pepe si imbarcò per Corfù, dopo quindici mesi di permanenza a Venezia; alla fine della quarantena nell’isola greca e un lungo viaggio, arrivò a Genova il 7 ottobre 1848, accolto dal governo piemontese.

Pepe intendeva restare a Genova, ma, poiché Napoli si opponeva a una sua permanenza in una città portuale, dovette recarsi a Torino, dove si fermò solo pochi giorni: a novembre tornò a Parigi, dove la sua casa divenne il ritrovo degli esuli italiani, tra i quali i napoletani Saliceti, Luigi Dragonetti, Paolo Emilio Imbriani, Giuseppe Ricciardi. Nel dicembre 1851 lasciò la Francia non condividendo la svolta imperiale del principe-presidente Luigi Napoleone Bonaparte che sarebbe diventato Napoleone III.

Tornò quindi nel Regno di Sardegna: fu prima a Nizza, poi a Genova per circa due anni, e negli ultimi mesi di vita a Torino, dove morì l’8 agosto 1855.

Dopo l’unificazione, per volontà della moglie, la sua salma fu trasferita dalla capitale sabauda, che nel 1858 gli aveva dedicato un monumento, a Napoli per essere seppellita accanto a quella del fratello Florestano.

Fabrizio Pepe di Marabello
(Diritti d’autore riservati)

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